Recensione: Ruggine Americana di Philipp Meyer

Un paese di provincia e le fabbriche chiuse, fuga e rassegnazione, chi se ne va e chi resta, traditore o tradito, poche prospettive per evitare un destino che sembra assegnato dalla nascita ad ognuno … non sto descrivendo la mia provincia calabrese ma la provincia americana di Philipp Meyer che con il suo romanzo: Ruggine Americana ci presenta l’ennesimo fallimento del sogno americano.informazioni libro

Autore: Philipp Meyer
Editore: Einaudi  (4 febbraio 2014)
Pagine: 395
Prezzo Listino: 11,48€ copertina flessibile
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Trama:A Buell, in Pennsylvania, il sogno americano prende la ruggine accanto alle fabbriche chiuse e alle acciaierie dimesse. Il lavoro che se ne va lascia dietro di sé una comunità in cui la fine del sogno di una nazione si ripete, ogni giorno, nei sogni infranti dei suoi abitanti. Come quelli di Isaac English: vent’anni, timido, insicuro, ha il cervello di un genio ma il college rimane un sogno da quando la madre si è suicidata e lui, qualche tempo dopo, ha tentato di imitarla. Sarebbe morto se non l’avesse salvato Billy Poe. Billy, da parte sua, non è molto sveglio, ma in compenso è grande e grosso: a scuola era un campione di football tanto da guadagnarsi una borsa di studio per l’università. Andarsene avrebbe significato stare alla larga dai guai ma ad abbandonare sua madre e la baracca in cui vivono non ce l’ha proprio fatta. Poi un giorno, dopo anni passati ad accudire il padre invalido, Isaac decide di scappare di casa e partire per la California. Appena fuori città si imbatte nell’amico Billy e quando scoppia un temporale decidono di ripararsi in un capannone abbandonato: l’incontro con tre senzatetto darà inizio a un’imprevedibile catena di eventi che segneranno per sempre le vite di Isaac, Billy e degli altri personaggi di cui Philipp Meyer ci racconta la storia e i pensieri. Selezionato da “The New Yorker” tra i migliori venti scrittori sotto i quaranta anni, Philipp Meyer è al suo primo romanzo del quale è in corso l’adattamento cinematografico per la regia di Walter Salles.

Recensione

Partiamo subito con uno SPOILER, ve lo svelo perché lo si legge nelle prime pagine del romanzo e spacca l’intera storia in due parti: il prima ed il dopo. La trama riportata sopra si interrompe con i due protagonisti che, riparandosi da un temporale, si imbattono in tre balordi, ebbene uno dei tre balordi verrà ucciso da uno dei due protagonisti; resto sul vago così non mi sento troppo in colpa per lo spoiler.

A partire da questo omicidio la vita di Isaac e di Billy cambia o meglio, cambiano i progetti di vita che i due ragazzi hanno in mente.

Andando avanti a leggere impariamo a conoscere questi due ventenni combattuti tra quello che sono e quello che vorrebbero essere, nella loro eterna lotta tra libero arbitrio e destino inesorabile; non è forse questo il dramma di tutti?! Entriamo nella loro testa e li seguiamo nel flusso di coscienza dei loro pensieri mentre ripercorrono le proprie scelte, riscoprendole spesso tanto sbagliate quanto obbligate dalle circostanze. Da una parte Isaac, il genio costretto a prendersi cura del padre burbero e invalido, dall’altra Billy, il gigante rissoso più intelligente e sensibile di quanto egli stesso creda. Due personalità diverse accomunate da un forte senso di responsabilità e di lealtà verso l’altro.

La voce narrante cambia di capitolo in capitolo ed in questo modo Meyer ci introduce anche nella testa di alcuni personaggi chiave che ruotano intorno ai due protagonisti portandoci a conoscere intimamente il micro-cosmo della vita di Isaac e Billy nella periferia arrugginita.

Sia Billy che Isaac sono stati cresciuti da un unico genitore: rispettivamente la madre ed il padre.

Grace, la madre di Billy, è una donna fragile che per anni è stata succube di un marito fedifrago perdonato tante volte e che, credendo di scegliere il meglio per Billy ha rinunciato alla possibilità di andar via. Fa il possibile per crescere da sola un figlio che sembra allo sbando da sempre.

Henry English, padre di Isaac, è di tutt’altra pasta, in seguito ad un incidente sul lavoro è costretto sulla sedia a rotelle ed accudito da un figlio che sembra non apprezzare poiché così diverso da lui. Appare quasi disinteressato nei confronti del proprio secondogenito, tanto che lo stesso Isaac si considera meno amato rispetto alla sorella. Mentre indaghiamo a fondo la psicologia degli altri personaggi, di quest’uomo inizialmente conosciamo solo come lo vedono i figli, un uomo bruto, un operaio dedito al lavoro incapace di cogliere per tempo i cenni di quel disagio interiore della moglie, disperata fino al punto di togliersi la vita. Solo due capitoli vengono dedicati al suo punto di vista per regalarci alcune delle pagine più toccanti dell’intero romanzo.

Altro personaggio importante nella storia è Lee, sorella di Isaac e personificazione di tutto ciò che il nostro protagonista vorrebbe essere: ragazza brillante, scappata dalla provincia appena dopo il suicidio della madre per frequentare il college, bella, socievole, ammirata da tutti. Realizza il sogno comune a molte ragazze di provincia: vincere su un destino che la vorrebbe mediocre. Sposa un ragazzo ricco, frequenta l’alta borghesia eppure la ruggine dei rimorsi colpisce anche la sua vita perfetta.

Infine troviamo Harris, il rude poliziotto americano che si porta dentro i demoni della guerra in Vietnam e che non disdegna le maniere forti in funzione di un personale senso di giustizia. Harris segue perfettamente l’ideale del fine che giustifica i mezzi ma anche in lui si intravede quel senso di lealtà che caratterizza Isaac e Billy.

Solo ora, scrivendo questa recensione mi rendo conto di quanto questo libro sia duro. Mi ha subito colpito, ad iniziare dal titolo con l’accenno a quella ruggine che colpisce le fabbriche dismesse e le persone che si arrendono, restando impantanate in una vita che non hanno scelto. Se amate il romanzo americano amerete Ruggine Americana e lo troverete ancora più concreto e vicino se anche nella vostra cittadina la ruggine sta coprendo ogni cosa compreso i sogni e le speranze delle persone.

citazione

C’era qualcosa di tipicamente americano nell’incolpare se stessi della propria sfortuna, quel non credere che la propria vita risentisse dei fenomeni sociali, la tendenza ad attribuire i grandi problemi al comportamento individuale. L’altra faccia del sogno americano.

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quattro

Mariarosaria

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