L’abito da Sposo: un noir di Pierre Lemaitre [ Recensione ]

L’abito da sposo è un libro scritto da Pierre Lemaitre, edito da Fazi Editore (18 ottobre 2012).

 

Ho iniziato L’abito da Sposo per caso. Dopo aver aderito al programma Kindle Unlimited, l’ho trovato fra le varie proposte.

Essendo che ultimamente sono andata in fissa per romanzi horror, thriller e noir. La trama mi ha attirata come una falena alla luce.

Trama: Chi è veramente Sophie? Sappiamo che ha trent’anni ed è la babysitter di Léo, il figlio di una coppia di ricchi parigini. La giovane donna sembra non avere una vita privata, si dedica totalmente al bambino, il resto è un mistero. Ma sappiamo che è ossessionata da una doppia identità, dimentica cosa ha fatto poche ore prima e vive in un costante stato di oblio. Una sera la mamma di Léo rientra tardi e trova Sophie addormentata davanti alla tv, le propone di restare a dormire e lei accetta. Il mattino dopo la ragazza si risveglia sola in casa e fa una terribile scoperta: Léo è stato strangolato nel sonno, proprio accanto a lei. Lo sconcerto è profondo e la soluzione che le si prospetta è una sola: una fuga senza meta, via da Parigi, lontano da tutto, per provare a ricostruirsi una vita. Perché Sophie deve salvare se stessa e agirà ignara di essere in trappola da sempre, costretta a una corsa folle come un animale in gabbia. Di chi sia la mano che tiene la vita di Sophie in pugno e perché sia intenzionata a distruggerle l’esistenza è la storia di questo romanzo: una discesa negli inferi della mente, una partita a scacchi dove due protagonisti si sfidano con strategie impeccabili e dove anche la psicosi più efferata riesce a trovare una spiegazione, una forma di compassione. Come nei film di Hitchcock, siamo di fronte a un intreccio perfettamente orchestrato dove la patologia mentale si offre come fertile terreno per un noir che tocca tutte le corde della paura. Con L’abito da sposo Pierre Lemaitre si conferma maestro del genere, intagliatore attentissimo di ritratti e di storie, raffinato cantore del male.

Recensione

Sophie viene presentata sin dall’inizio come una donna disturbata. Fa la baby sitter, non ha una vita privata e ha dei problemi mentali. Vive in un completo torpore, dimentica le cose ed è come se in lei ci fosse un’altra persona che compie azioni nei momenti che non ricorda. Il suo passato, pieno di tristi avvenimenti, la rincorre e le si presenta di continuo davanti sotto forma di fotogrammi mentali e incubi. Una mattina si sveglia e trova il bambino che sta accudendo morto. La porta è chiusa dall’interno, in casa non c’è nessuno ad eccezione di loro due. Chi può aver ucciso il bambino se non lei? In preda al panico scappa. Inizia così la sua fuga e la ricerca di una nuova identità.

La prima parte della storia è frenetica. Gli avvenimenti si susseguono in maniera veloce. I dettagli e le informazioni fornite riguardano principalmente lo stato psico- fisico di Sophie, e in minima parte il contesto in cui si muove, l’ambiente e i personaggi con cui interagisce.

L’inizio è promettente: si entra subito nel vivo della vicenda e il lettore scappa insieme alla protagonista, condividendone l’ansia, la paura e l’insicurezza. Sophie è un personaggio con cui si crea una forte empatia.

D’improvviso viene chiuso il capitolo Sophie e si apre quello dedicato a Frantz, un personaggio del tutto nuovo. Già dopo qualche pagina si capisce di avere a che fare con una sorta di stalker, che mantiene un diario di cui vengono riportate le pagine.

Fino a circa i tre quarti l’autore riesce a mantenere una forte suspense. Non si capiscono quali possano essere i motivi che muovono le azioni di Frantz.  Il personaggio di Sophie appare sempre più imprevedibile ed è in continua evoluzione. I risvolti psicologici sono molto evidenti: alcuni personaggi si convincono di essere qualcosa che in realtà non sono, comportandosi di conseguenza. C’è chi lo fa in maniera consapevole e chi, invece, viene trascinato sopra un teatrino senza neanche saperlo ed è mosso come se fosse un burattino. Purtroppo però l’autore cade nel classico errore che trasforma un thriller ansiogeno in cui è quasi impossibile trovare il bandolo della matassa, in un thriller dove i vari pezzi di puzzle trovano facile collocazione. L’ultima parte, infatti, si svolge in maniera veloce. La situazione si capovolge, ma con una facilità estrema e con degli escamotage che lasciano l’amaro in bocca se si pensa all’inizio promettente.

L’abito da sposo è un thriller ben scritto, che riesce a tenere incollato il lettore alle sue pagine. Si parla di manipolazione psicologica e vengono raccontate la pazzia e la crudeltà. Purtroppo la storia perde un po’ nel finale. Resta comunque una lettura consigliata.

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