Memorie di una Collegiale: Qui i maschi non possono entrare! [Cap.10]

Memorie di una collegiale #10

Quando vivi in un collegio femminile gestito da suore, esistono dei diktat da rispettare al fine di non essere etichettata come una concubina di Satana. La sera non si fa tardi: alle dieci tutte a casa! Vietato usare cartelline che raffigurano loghi di qualsivoglia gruppo metal. Non lasciare in giro per la cucina pentole e\o piatti, pena il sequestro e la conseguente donazione alle famiglie meno abbienti.

Puoi indossare le canotte, ma ricorda che ci sarà sempre una suora che ti guarderà con occhi torvi, accusandoti mentalmente di essere una donnaccia.

Fra i tanti divieti, uno spicca con arrogante prepotenza: i maschi non possono entrare in collegio, e non importa che sia tuo fratello, tuo padre, tuo nonno, il tuo cuginetto di tre anni o l’amico gay. Se ha il pene è invitato, con una pungente gentilezza, ad aspettare fuori dal portone (chiuso!) che ci siano 40° o che piova a dirotto; che stia per iniziare l’apocalisse o che ci sia una guerra civile per strada.

La prima volta che sono andata in collegio per sistemare la stanza e portante le cose che avrei utilizzato durante la mia permanenza, mi ha accompagnato mio fratello (all’epoca dei fatti quattordicenne). Era fine agosto e non era ancora rientrata nessuna ragazza dalle vacanze estive, nonostante ciò sono stata costretta a salire diverse valige da sola e no, non c’era l’ascensore, e sì, la mia stanza era al quarto piano.

Un’altra volta, invece, mi è capitato di aspettare con amico che smettesse di piovere,  sulle panchine affianco il portone del collegio. Suor Trick, avendo sentito puzza di maschio, venne a sincerarsi che non stessimo commettendo atti impuri. Probabilmente, dalla telecamera non riusciva a capire cosa stesse accadendo e come mai un pene munito avesse osato sostare davanti il suo castello. Dopo aver salutato inacidita, si piantò sulla cima delle scale a braccia conserte, manco il mio amico fosse un Balrog e lei reggesse la fiamma di Anor. Noi continuammo a parlare senza curarci della sua  fastidiosa presenza, e lei rimase impalata fin quando non andammo via.

Esisteva però un’eccezione alla regola: Michelino il tuttofare, l’unico essere fallo munito con il permesso di passeggiare per le varie ali del collegio, scortato da una suora che controllava con attenzione che guardasse sempre i tubi; cosa che avrebbe fatto a prescindere data l’avanzata età, la forte miopia e l’estrema misantropia. Nella scala dei valori delle suore, Michelino si collocava al terzo posto, prima di lui Gesù e Cento vetrine\Un posto al sole, insomma, una vera e propria divinità. Non facevi in tempo a dire che c’era un problema che, senza conoscerne la natura, avevano già il numero di telefono in mano.
Lui era quello in gamba, lui aggiustava le cose ed era serio, lui… era quella più economico!

La struttura era abbastanza vecchia e bisognosa di manutenzione, la sua era una presenza fissa, ma non a causa di guasti continui, il problema era un altro: il poverino, non riuscendo nel suo intento poiché del tutto incapace, passava il tempo a smontare e rimontare i pezzi con la speranza che tutto tornasse a funzionare come per magia, e ogni tanto ci riusciva!

Le donne, invece, erano ospiti graditi (o quasi). Tua madre poteva entrare addirittura in stanza e tua sorella pranzare con te. Il trattamento cambiava se la femmina in questione era una collega o un’amica che le suore non avevano mai visto o che, dopo una veloce analisi del vestiario, rientrava nella lista “concubina di Satana”. Queste venivano fatte accomodare in una saletta che fungeva da “sala visite”, stile carcere ma senza divisori. La stanza non era molto accogliente. Piena di muffa e con un divano polveroso, faceva capire all’ospite di turno che la permanenza doveva essere breve: “Ciao, come stai? Grazie per la visita. Ti vorrei offrire un caffè, ma forse è meglio che andiamo al bar vicino!” dicevi ciò guardando male la suora di turno piantonata davanti la porta.

Se l’amica, invece, non veniva infilata nella famigerata lista, capitava che le si aprivano le porte dell’aula studio (uno stanzino minuscolo con delle scrivanie, dove era possibile collegarsi a internet) e sono stati documentati casi rari di ragazze che sono riuscite ad attraversa la porta del piano superiore che conduceva alla sala comune. Anche se, di solito, erano concessioni riservate alle amiche delle veterane del collegio o delle lecchine, ovvero quelle che sapevano come toccare la vanità delle suore.

Qualche anno prima che il collegio chiudesse, le suore, che avevano notato un significativo calo delle affittuarie, capirono che le pesanti restrizioni che imponevano a delle donne maggiorenni, che trattavano come delle bimbe di dieci anni, non le avrebbero portate lontane. Cercarono, quindi, di far finta di essere moderne permettendo alle ragazze di festeggiare il proprio compleanno e invitare fidanzati, fratelli, amici e amiche. Questi potevano varcare la soglia del collegio, ma dovevano muoversi solo nel salone in cui era organizzata la festa, dove erano piazzate le suore di turno in stile gendarmi, a controllare che il compleanno non si trasformasse in una mega orgia o in una specie di sabba. Alle 23 i maschietti presenti venivano invitati a lasciare la struttura: “Suò, ma non è stata ancora aperta la torta!” “Non importa, mandateli via”.

I tentativi di dare una vena moderna continuarono: il tempo passava, il collegio contava sempre meno ragazze e aleggiava lo spettro della chiusura. Decisero perciò, di provare quella che per loro era la soluzione, la carta finale: aprirono il collegio agli uomini, affittando loro le stanze. Uno solo fu il coraggioso che tentò l’ardua impresa. Essendo già andata via, non ho idea di come si trovò o come si comportarono con lui, so solo che qualche mese dopo il collegio chiuse i battenti e, ancora oggi, a distanza di quasi dieci anni, la struttura è abbandonata.

Quando la gestione arriva direttamente dal medioevo, si può provare a dare una piega moderna a una situazione che andrebbe svecchiata, ma difficilmente si riuscirà nell’intento. Proprio non riuscivano a capire- o ad ammettere- che il problema non erano l’orario di rientro o il divieto di portare amici nella struttura. Sapevamo che vivere in un collegio significava avere delle restrizioni, ma volevamo abitare in un luogo tranquillo, in cui venivano garantiti determinati servizi, non avevamo firmato per avere delle donne che ci trattavano come le ragazzine di un riformatorio.

Il problema erano loro, nello specifico la superiora e la responsabile del piano delle ragazze,  la loro mancanza di buone maniere, gli atteggiamenti dispotici, la fastidiosa invadenza, la scarsa fiducia che riponevano in noi ragazze, il controllo che cercavano di esercitare.

Inoltre, i loro comportamenti da guardie carcerarie, oltre a mettere in imbarazzo, erano a dir poco offensivi: essere spiate di continuo mentre si cercava di scambiare una chiacchiera con un’amica, dover cacciare da una festa il proprio fratello, essere riprese perché si parlava con un collega davanti il portone e un’infinita lista di ecc ecc… Come si può pensare che una gestione del genere potesse far chiudere il bilancio in positivo?

All’inizio questi comportamenti facevano ridere perché assurdi, ma a lungo andare diventarono pesanti e tante, come me, hanno preferito trovare alloggio altrove, lasciando un pezzo di cuore in una struttura che, grazie alla presenza di coinquiline fantastiche, è riuscita a regalare ricordi belli e indelebili.

To be continued…

 

SCOPRI TUTTE LE MEMORIE DI UNA COLLEGIALE:
  1. La verità, vi prego, sulle suore
  2. 50 sfumature di suora
  3. Le origini
  4. L’orario di rientro
  5. Ma tu odii le suore?
  6. Luoghi di ritrovo
  7. Amicizie sigillate da un rotolo di carta igienica e distrutte da una piastra per capelli 
  8. Vogliamo l’albero di Natale!
  9. La cartellina del demonio
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale

10 commenti

  1. I commenti sono infiniti, e in grando di coprire ogni tonalità della gamma dal biasimo più perentorio alla più sconcia e smodata ilarità. Volendo ci sarebbe da fare della sociologia, psicologia, storia del costume… in breve, è un posto col valore di un documento-una testimonianza di un certo momento e luogo.
    Conclusione: interessante.
    Nota-confessione: rifuggo il phantasy, ma dove c’è “la persona”, carne e ossa, mi ci tuffo:-)
    Ciao, sempre brava 🙂

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  2. Cavolo, avevo quasi perso le speranze 😅
    Direi che è stato un buon test; se non sei impazzita all’epoca non impazzirai più 😂
    D’altra parte, quando due mondi cosi distanti si incrociano, serve che entrambi facciano un passo nella direzione dell’altro
    Altrimenti è impossibile che funzioni la cosa

    Comunque avresti potuto provare con qualche frase del genere:
    “Il corpo non può sporcare l’anima
    Bisogna, con il peccato che fa umili e guarisce dall’orgoglio, uccidere il peccato…” (La Strega Michelet )
    I Monsignori, gli unici che potevano entrare nei conventi, le usavano per convincere le giovani a farsi… santificare 😅

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      • Si, è quello che intendevo 😊
        Se c;è un apertura poi le cose possono funzionare come, appunto, funzionano negli altri collegi
        Tu hai beccato quello sbagliato 😅

        Già, la frase era irriverente al punto giusto 😁

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