La Chiave dei Ricordi di Kathryn Hughes [Recensione]

Oggi parliamo di un libro scritto da Kathryn Hughes , La chiave dei ricordi edito da Nord edizioni.
Buona Lettura!
🙂

Titolo: La chiave dei ricordi
Autrice: Kathryn Hughes
Numero Pagine: 368
Casa editrice: Casa Editrice Nord (14 febbraio 2019)
Prezzo copertina:  18€
Trama: Il segreto di una donna segnerà il destino di un’altra
Da dove si ricomincia, quando si ha perso tutto? Sarah non ha ancora una risposta. A trentotto anni, dopo un divorzio difficile, è tornata a casa dei genitori, convinta di non avere più un futuro. Per distrarsi dai suoi problemi, decide di scrivere un libro su Ambergate, l’ospedale psichiatrico in cui aveva lavorato il padre, ormai chiuso da anni e che verrà presto demolito. Girovagando tra i corridoi di quell’enorme edificio in rovina, Sarah s’imbatte in una vecchia, polverosa valigia, abbandonata lì chissà quando da una paziente. Dentro c’è un biglietto su cui sono scritte poche righe che, sorprendentemente, la riguardano molto da vicino…
Rintracciare quella paziente diventa allora una missione. Spinta da una forza che credeva di aver perduto, Sarah insegue i labili indizi lasciati da quella donna, ricostruendo la storia di un dolore così grande da essere scambiato per follia, di un amore capace di rischiarare anche le tenebre più buie, di un segreto rimasto sepolto troppo a lungo. Un segreto che potrebbe cambiare anche la vita di Sarah.

Ho già avuto modo di apprezzare Kathryn Hughes qualche anno fa con il libro: La lettera. La storia, non priva di difetti, era riuscita a coinvolgermi e appassionarmi. Tant’è, che come ho visto la nuova uscita, non ho potuto fare a meno di comprare il libro. 

La chiave dei ricordi racconta di Sarah, trentotto anni, che fresca di divorzio ritorna a vivere a casa dei propri genitori. Per cercare di dare un senso alle sue giornate e non pensare ai problemi che sta vivendo, decide di scrivere un libro sull’ospedale psichiatrico dove ha lavorato il padre. Al fine di trovare la giusta ispirazione, si introduce nella fatiscente struttura ormai abbandonata. Qui trova una vecchia valigia contenente alcuni affetti personali e una lettera in cui è scritta una verità sconvolgente. Il suo obiettivo diventa quello di rintracciare il destinatario della missiva.

Il libro è diviso in due archi temporali, dopo una breve introduzione ambientata nei giorni nostri, si fa un salto nel 1956, anno in cui conosciamo Ellen, un’infermiera che lavora nell’ospedale psichiatrico. Il suo personaggio e la sua storia, oltre a essere importanti per lo sviluppo della trama, sono utilizzati per dare uno spaccato su come erano trattati i malati, a volte internati senza giusta causa.

Il problema però è che l’autrice è fin troppo gentile nel raccontare le condizioni in cui vivevano i pazienti: si organizzano balli, le pazienti vengono truccate per l’occasione e altri momenti sociali simili. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, perché ci saranno stati ospedali psichiatrici che trattavano con dignità i propri pazienti, ma penso alla terribile storia di Rosemary Kennedy, o alle barbarie che avvenivano nell’ospedale Villa azzurra a Torino, dove i bambini venivano legati ai propri letti dal pomeriggio fino al mattino seguente, in mezzo alla sporcizia e ai loro stessi escrementi.

Lo stile dell’autrice è molto scorrevole, la storia si legge con velocità e piacere. I personaggi sono ben sviluppati psicologicamente e si crea una forte empatia con molti di loro. C’è però una caratteristica che, a lungo andare, rende il racconto un po’ banale: la facilità con cui si risolvono le varie situazioni. Esempio: uno dei protagonisti ha bisogno di una cosa impossibile da trovare? Nessun problema, per puro caso incontrerà nella pagina successiva qualcuno che glielo serve sopra un piatto d’argento.

***ATTENZIONE***
Di seguito verranno svelati alcuni particolari del finale,  necessari per un’analisi dettagliata di un elemento che non ho apprezzato.

Ad un certo punto la storia si tinge di rosa, ma quel rosa che non apprezzo. Il dottor Lambourn, uno dei personaggi principali, si invaghisce di una donna internata nell’ospedale, Amy, che è anche una sua paziente. Hanno un rapporto sessuale e lui, devastato dai sensi di colpa, si fa trasferire in un’altra struttura, abbandonandola senza dirle nulla. Nove mesi più tardi nasce il frutto del loro “amore”, se così si può definire, che le viene tolto facendole credere che sia morto.

Ovviamente, la storia fra i due è descritta come un atto consensuale. Anzi, si ha quasi l’impressione che Amy abbia sfruttato la cotta del dottore nei suoi confronti, per poter uscire dall’ospedale, scoprendosi solo in seguito innamorata di lui. Un comportamento del genere, per quanto possa essere voluto da entrambe le parti, è deontologicamente sbagliato. Tingerlo di rosa è davvero grottesco, soprattutto nel momento in cui a farne le spese è una donna con dei problemi mentali, privata del figlio e abbandonata da tutti, persino dal suo medico curante.

Alla fine, il dottore rintraccia la paziente, ormai anziana, e riesce a farsi perdonare. A quanto pare era stata internata ingiustamente, anche se vengono raccontati episodi che non la dipingono come una donna sana di mente: tentare di uccidere una paziente con un pezzo di ceramica preventivamente nascosto; cercare di annegare il fratellastro in un lago e non ricordare l’accaduto… non sono gesti da persona lucida.  

Un medico che si comporta come il dottor Lambourn è, passatemi il termine, un uomo di merda che sta compiendo un abuso. Il suo personaggio si è pentito e redento, ma il perdono finale non lo ammetto. Il dottore, grazie a sua figlia e per una serie di fortunate coincidenze, trova Amy, ormai anziana. Hanno un banalissimo confronto, in cui lui viene perdonato. Viene lasciato intendere che i due cercheranno di riprendere una storia abbandonata decenni prima, dopo che tutta la vita di Amy è stata marchiata dall’esperienza vissuta in manicomio. Tutto ciò non è rosa, è semplicemente inammissibile. Il dottore si è sposato, ha vissuto una vita normale e felice e se non fosse stato per Sarah, sua figlia, non avrebbe mai cercato Amy; quest’ultima, invece è stata per anni in manicomio, vivendo il dolore dell’abbandono e il lutto di un figlio che in realtà era vivo. La storia manca di giustizia e dignità, e lancia un messaggio che non mi piace.

Non è sbagliato il perdono, ma lo è far passare per amore quello che è un abuso. Perché il dottore, descritto come innamorato e pieno di sensi di colpa, non ha cercato di aiutare Amy? Perché ha abbandonato la donna che amava, ad una sorte che ben conosceva? Perché non si è mai interessato di lei negli anni? Questo è amore? Io direi proprio di no!

Avrei preferito che il personaggio di Amy fosse stato trattato con più dignità: ti sei redento? Ok, ti perdono, ma continua per la tua strada.

Conclusioni

Mi viene difficile dare una votazione a “La chiave dei ricordi”. La storia raccontata si legge con velocità, coinvolge il lettore. I suoi personaggi sono ben costruiti, così come il contesto in cui si muovono.  Però ci sono delle caratteristiche che non la fanno apprezzare del tutto: i banali espedienti narrativi e lo sviluppo della storia fra il dottor Lambourn e Amy.

L’autrice cerca di addolcire una pillola amara e tinge di rosa l’abuso compiuto da un medico.

Non so se mi farò più attirare da un libro di Kathryn Hughes, è brava e talentuosa, ma io ho bisogno di storie più corpose e meno “rosa”. 

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