La verità è che non ci piacciamo abbastanza!

L’altra sera ho visto  La verità è che non gli piaci abbastanza, una commedia leggera che racconta le vicende sentimentali di alcune persone le cui vite sono intrecciate fra di loro. Buona parte dei personaggi è stereotipata e i loro comportamenti  sono portati all’eccesso, ma ciò viene fatto al fine di creare situazioni assurde. La storia si svolge in un clima burlesco che fa sì che le vicende proposte non stonino nel loro essere esagerate. Nonostante la semplicità è comunque un film  che spinge a riflettere. La scena iniziale, per esempio, racconta una bugia che ci viene propinata sin da piccole e che va a costruire la mentalità da croce rossina che tante, purtroppo, hanno: una bambina viene spinta, buttata a terra e offesa dal ragazzo che le piace. La mamma la consola dicendole che il suo atteggiamento sia dettato dal fatto che sia innamorato di lei.

Ci troviamo di fronte a una grandissima stronz*ta. E dite la verità, quante volte l’avete sentita pronunciare o l’avete pensata per giustificare il comportamento di un uomo? Io tante. Tantissime. E so anche che questo atteggiamento a lungo andare diventa deleterio. Pensate alle donne che vengono riempite di botte dai compagni; spesso li giustificano addossandosi colpe o affibbiandole al nervosismo causato da problemi sul lavoro, da un eccessivo uso di alcool e quant’altro: “Mi ha tirato uno schiaffo, però mi ama. La colpa è mia perché ho messo una maglia troppo scollata”; “Ho messo una minigonna e mi ha insultata perché è geloso di me, lo fa perché mi ama troppo”; “è tornato a casa, la bambina piangeva e lui mi ha riempito di botte perché non la facevo stare zitta. Poverino, era stanco del troppo lavoro”.  

Noi donne veniamo spinte sin dall’infanzia a giustificare, a colpevolizzarci, a vedere del buono in atteggiamenti e situazioni che sono obiettivamente sbagliati\e. L’assurdo è che molte sono pronte a credere a qualunque cosa perché cresciute con un’educazione che le obbliga a osservare determinati comportamenti. A tale riguardo è illuminante il libro scritto dalla psicoterapeuta tedesca Ute Ehrhardt, Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto.

Tralasciando il titolo e la copertina forvianti, il saggio analizza come i comportamenti delle donne siano incasellati in dogmi imposti dalla società, che le imprigiona in gabbie invisibili dove le sbarre sono costituite da ruoli e atteggiamenti che bisogna osservare per essere considerate “brave ragazze”.

(Recensione libro -> QUI )

Accettare uno schiaffo, offese pesanti, atteggiamenti violenti e\o poco rispettosi in nome dell’amore è un pericolo che, inevitabilmente, si ritorce contro. La comprensione, in determinati contesti, è una trappola, che bisogna evitare, causata dall’educazione.

Perché un uomo che dice di amarmi dovrebbe farmi soffrire? Perché si sente autorizzato a tirarmi un ceffone a causa della fantomatica gelosia? Nessuno può osarmi violenza, tanto meno una persona che si professa innamorata.

Ritornando al suddetto film, la storia raccontata è una commedia, perciò non tocca temi quali la violenza, ma analizza atteggiamenti più superficiali che sono giustificati e considerati quasi come delle strategie di conquista. Uno fra tutti è la persona evanescente: un uomo che scompare dopo un appuntamento viene considerato come lo str*nzo che vuole farsi desiderare. Gigi, una delle protagoniste, cerca di interpretare i “segni”e passa i pomeriggi accanto al telefono nella speranza che suoni.  Alla fine riesce a capire che se un uomo non la cerca dopo un appuntamento o non la risponde a un messaggio, non sta applicando nessuna strategia… lo fa perché la verità è che non gli piaci abbastanza! E anche se dovesse essere una tattica, non vale la pena passare giornate in attesa. Meritiamo di meglio dell’essere relegate in un angolino speranzose di essere considerate appetibili.

Il film va avanti raccontando situazioni diverse, un’altra che mi ha spinto a riflettere è quella di Janine e Ben: una finta coppia felice che si è sposata perché, secondo loro, era la cosa giusta da fare dopo tanti anni di fidanzamento. Fanno finta di andare d’accordo, non parlano fra di loro se hanno un problema, e si obbligano a interpretare il ruolo della coppia felice. Lui si sente strangolato dalla vita matrimoniale accanto a una donna che ormai non ama più; lei, consapevole che l’amore sia finito, fa finta che tutto vada per il meglio e addirittura esprime il desiderio di mettere al mondo un figlio.

Janine e Ben

Spesso tante coppie decidono di fare il “grande passo” non per volere, ma per dovere: “Stiamo insieme da tanti anni? Allora dobbiamo sposarci.”; “Abbiamo raggiunto la soglia dei trenta? Allora dobbiamo sposarci.”… E altre cose simili. Il matrimonio è visto come uno step obbligatorio, quasi come se l’essere umano fosse programmato per compiere determinate azioni: nasco, cresco, studio, trovo un lavoro, mi sposo, faccio dei figli, invecchio e muoio; e chi non ottempera a tali “obblighi” viene giudicato in modo negativo.

Nel film lui si innamora di un’altra donna, tradisce la moglie e le racconta tutto nella speranza che venga lasciato. La sua confessione però sortisce l’effetto contrario: la moglie cerca di mettere una pezza e di mandare avanti la loro storia pur di non mettersi sulle spalle un “fallimento” e rimanere sola.

Quante volte avete sentito questa storia? Quante coppie continuano a stare insieme nonostante sia evidente che preferirebbero vivere in una miniera di carbone con Gigi D’alessio che canta le domeniche d’agosto quanta neve che cadrà?

Tante. Tantissime volte.

Le motivazioni possono essere diverse: c’è chi sta insieme per abitudine; chi perché non vuole affrontare la terribile onta del matrimonio fallito; chi lo fa perché ha paura di rimanere solo e via dicendo…. Ho sentito racconti di gente che non sopporta più il proprio compagno o la propria compagna, ma non trova il coraggio di mettere un punto nonostante lo stare insieme sia diventato un litigare continuo.

Marco e Chiara (nomi di fantasia) si sono sposati giovanissimi e sono stati insieme per quasi trent’anni. Dal loro matrimonio sono nati tre figli, i quali sono stati costretti a vederli litigare e picchiarsi perché non andavano più d’accordo. Un giorno Chiara esausta delle continue liti ha chiesto il divorzio. La giustificazione “sto con mio marito per non far soffrire i miei figli” non reggeva più. Da questa decisione drastica ne hanno giovato tutti: gli ormai ex coniugi sono riusciti a trovare un dialogo civile e i figli hanno ritrovato la pace che in tanti anni hanno assaporato a sprazzi. Uno di loro, quando ho chiesto come avesse preso il divorzio dei genitori, mi ha risposto: “Non sai che sollievo andare a dormire sapendo che non devo più alzarmi nel cuore della notte per dividerli quando si picchiano”.

Michele e Paola (sempre nomi di fantasia) hanno trascorso insieme tutti gli anni dell’università. Sono stati fidanzati per quasi dieci anni. Paola però, ha smesso di amare Michele e non ha avuto il coraggio di lasciarlo per paura di rimanere sola. Lo ha tradito diverse volte. Michele alla fine ha scoperto tutto e l’ha lasciata. Oggi hanno entrambi una nuova storia e hanno ritrovato il sorriso e la vitalità che avevano smarrito quando stavamo insieme e avevano capito che non li legava più alcun sentimento.

Non è sbagliato cercare di salvare un rapporto, anzi, ma tentare di mandare avanti una relazione quasi come se fosse un dovere imprescindibile, dove manca il sentimento e il rispetto, dove volano insulti e schiaffi… che senso ha? Perché farsi così del male?

Vedo donne, ma anche uomini, meravigliose struggersi per persone che non le richiameranno perché semplicemente non è scattato nulla. Perché allora forzare le cose?

Vedo donne fantastiche che cercano di resistere in situazioni che le fanno stare male perché “lui è fatto così”, “cosa penserebbero di me se divorziassi”, “sono incapace di far andare avanti un matrimonio”, “è solo una fase passeggera”… e poco importa se questa fase permane da anni, si spera sempre in un domani migliore, che di rado arriva. Si vogliono salvare le apparenze, ma un pettegolezzo vale la propria felicità?

Vedo donne stupende cambiare il loro essere, la loro persona, i loro modi di fare perché “così gli piaccio di più”… ma piaci di più anche a te stessa?  Se la risposta è no, credi che ne valga davvero la pena?

Vedo donne meravigliose elemosinare tempo e perderne tanto altro in attesa di messaggi che non arrivano o dietro a telefonate non risposte. E tutto ciò per cosa? Per uno sprazzo di finta felicità? Per la paura di rimanere sole?

Se accettiamo tutto questo, il problema è che non ci piacciamo abbastanza, che non ci amiamo abbastanza. La persona che ci sta accanto dovrebbe rendere migliori le nostre giornate; giornate che da sole siamo capaci di far diventare fantastiche e speciali. Che senso ha soffrire? Che senso ha avere accanto una persona che ci rende tristi, che ci fa stare male, che ci umilia o, nel peggiore dei casi, che ci picchia?

Abbiamo bisogno di presenze, non di assenze, altrimenti godetevi le vostre bellissime giornate in compagnie di un buon gruppo di amici o di un gatto coccolone. Abbiamo bisogno di sorridere non di sospirare con sguardo da cane bastonato per una telefonata che non trova risposta o per un telefono che non squilla.

Basta a “domani andrà meglio” se quel domani si attende da troppo tempo. Basta accettare e subire. Basta all’amore e all’interesse univoco. Basta sopportare situazioni che ci fanno stare male e alle quali non si riesce a trovare una strada migliorativa.

AMIAMOCI: se non lo facciamo noi, difficilmente lo faranno gli altri.

Concludo con la bellissima poesia di Estefania Mitre, che in tanti associano erroneamente a Frida Kahlo:

Ti meriti un amore

Ti meriti un amore che ti voglia spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare con te,
che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi
e non si stanchi mai di leggere le tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti,
che ti appoggi quando fai il ridicolo,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.
Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie,
che ti porti l’illusione,
il caffè
e la poesia.

 

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5 commenti

    • Non è mai un percorse semplice uscire fuori da una situazione di violenza psicologica, o anche lo stesso volersi bene… sono strade difficili, ma quando si riescono a intraprendere c’è una domanda che ti accompagna lungo tutto il nuovo cammino: “perchè non l’ho fatto prima!?”.

      Piace a 1 persona

      • Vero, il problema è che per intraprendere il percorso serve la volontà di farlo
        La dipendenza affettiva ti porta a protrarre una situazione o, in casi di interruzione dell’altra parte, a buttarti su un altra
        Se non hai la consapevolezza della situazione finisci per muoverti verso la soluzione più semplice e abitudinaria piuttosto che verso quella più difficile e ignota

        Piace a 1 persona

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