La mia Londra di Simonetta Agnello Hornby [Recensione]

Odio lasciare i libri a metà. Chi legge questo blog ormai ne è a conoscenza. Da un po’ di tempo a questa parte ho però deciso di abbandonare, senza alcuna remissione di peccato, tutte quelle letture che non riescono a coinvolgermi, concentrandomi così su altri libri (Il tempo è denaro).

La mia Londra di Simonetta Agnello Hornby è uno di quelli finiti nell’elenco delle letture abbandonate; e, sono sincera, ho provato a dargli diverse possibilità, poi però è successa una cosa che mi ha fatto desistere del tutto: mi sono addormentata leggendolo.  Con il cuore colmo di tristezza gli ho comunicato la mia decisione: mi dispiace, ma tra noi non può continuare. Siamo troppo diversi, non è colpa tua. Ho capito che non fai proprio per me.

Lui ha provato a chiedermi di restare: ti prego, salta qualche capitolo e resta con me!

Ma, nonostante abbia provato con la rinomata arte del salto della pagina, la mia decisione è stata definitiva.

Ma bando alle ciance e parliamo del libro.

In una città nuova, mi lascio andare ai sensi e al caso. Senza pensare a niente, cammino, mi guardo intorno, mi unisco a una piccola folla curiosa, prendo i mezzi pubblici, compro il cibo di strada e mangio nei posti meno frequentati. Faccio una sosta, seduta su una panchina in un parco, bevendo una bibita in un caffè o appoggiata alla facciata di un edificio, come una mosca su un muro: e da lì osservo, odoro, ascolto. Se sono fortunata, piano piano l’anima del luogo mi si rivela.

La mia Londra, edito da Giunti editore (2017), racconta la storia della sua autrice.

Trama

Simonetta Agnello giunge a Londra nel settembre 1963. A sole tre ore da Palermo, è catapultata in un altro mondo. La città le appare subito come un luogo di riti e di magie. La paura di non capire e di non essere accettata rende impietoso il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Si sposa, diventa Mrs. Hornby, ha due figli. Ora può riannodare i fili della memoria e accompagnare il lettore nei piccoli musei poco noti, a passeggio nei parchi, nella amata casa di Dulwich, nel fascinoso appartamento di Westminster, nella City e a Brixton, dove ha esercitato la professione di avvocato; al contempo, cattura l’anima della sua Londra, profondamente tollerante e democratica, che offre a gente di ogni etnia la possibilità di lavorare. Racconto di racconti e personalissima guida alla città, questo libro è un inno a una Londra che continua a crescere e cambiare. Gioca in tal senso un ruolo formidabile la scoperta di Samuel Johnson, un intellettuale che vi arrivò a piedi, ventisettenne, alla ricerca di lavoro; compilò il primo dizionario inglese ed è considerato il padre dell’illuminismo inglese. Johnson appare negli studi che Tomasi di Lampedusa dedicò alla letteratura inglese, con un suo celebre adagio che qui suona motto esistenziale, filtro di nuova esperienza: “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco anche di vivere”.

La protagonista, Simona, viene mandata a Londra; è sola, spaesata e spaventata. All’epoca non esisteva google maps, e quando ci si ritrovava in un luogo sconosciuto, si faceva affidamento ai racconti delle persone che avevano affrontato un viaggio simile o al proprio istinto. Nelle prime pagine è forte il senso di smarrimento della protagonista, la quale si trova in una realtà nuova, fatta di colori, usanze e culture diverse. Le sue sensazioni  si percepiscono chiaramente, anche perché sono descritte in maniera dettagliata.

La narrazione è infatti molto descrittiva, all’inizio è una scelta saggia, in quanto contribuisce a trasmettere il “nuovo” che sta vivendo la protagonista, ma a lungo andare annoia. I dettagli sono troppi e una buona parte inutili: è necessario parlare dei libri che si stanno riponendo in una libreria? Essendo che non è una cosa utile alla storia, direi proprio di no.

Insomma, le descrizione e i dettagli superflui abbondano e ciò fa collassare l’attenzione in un baratro di noia che, piano piano, si trasforma in un sonno profondo.

A questo si aggiungono i vari salti temporali: l’autrice va avanti e dietro nel tempo, ma senza alcuna logica. Il fine sembra quello di rievocare sensazioni collegate ad avvenimenti passati che ricordano il presente, ma l’utilità di ciò è alquanto dubbia.

Questo libro viene presentato  come una dichiarazione di amore nei confronti di Londra, ma non solo. Vuole anche essere un’ autobiografia e una specie di guida della città, sono infatti presenti diversi accenni storici. Solo che questo voler essere troppe cose innesca una sorta di crisi d’identità: cosa sto leggendo? Una guida? Una storia? Cosa…? Non è ben chiara quale sia l’anima del libro.

Tutto ciò, insieme alla già citata abbondanza di dettagli, rende il libro noioso e privo di mordente.  Unica nota positiva sono le citazioni di Samuel Johnson all’inzio di ogni capitolo, che non sono contestualizzate, ma comunque piacevoli da leggere.

Lo consiglio?

NO.

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9 commenti

  1. E se ti dico che ti ho letto per …. leggere te? Preferisco la tua prosa che non vuole avere pretese ma ha l’umiltà di volere intrattenere… all’insulso egocentricco incipit dell’Agnello da te riportato. (Tranquilla, ambasciator non porta pena, non t’incolpo per averlo riprodotto)

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  2. Ci sta, se proprio non va a genio è giusto abbandonare , 🙂
    Certo recedere cosi un precetto… che direbbero le suore ? 😀
    Comunque, se posso un piccolo appunto nella sempre ispirata recensione, il dettaglio sul nome dei libri non lo trovo inutile; da un idea di che legge un determinato personaggio, se lo hai letto ti da familiarità, se non lo hai letto curiosità
    Almeno per me è cosi 😀

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