Memorie di una collegiale: Luoghi di ritrovo

Memorie di una collegiale #6

Esistono dei luoghi che diventano inconsapevolmente dei punti di ritrovo. Le scale antincendio di una scuola, la fontana del paese, la macchinetta all’università, le panchine sbilenche della piazza, i portici… Alcuni sono improbabili, altri difficili da raggiungere, a volte sono anche scomodi ma, nella loro banalità, hanno un nonsoché di magico.  La gente ne è attratta e lì si sente libera di parlare, confidarsi, disquisire dei massimi sistemi anche se il panorama è un muro di cemento. In presenza della fontana nascono e finiscono amori, si solidificano amicizie e si organizza la partita di calcetto. Il monumento è condiviso da generazioni di “ci vediamo alle 9”.

Nascono spontaneamente, non si sa perché e qualcuno lo diventa per necessità, soprattutto quando si è costretti a rimanere in una struttura per un determinato periodo di tempo, una specie di bancone del bar dove manca chi versa da bere.

Al liceo ricordo che durante la ricreazione tutti, ma proprio tutti, ci accalcavamo in uno stretto cunicolo situato tra la recinzione esterna e  le cisterne dell’acqua. Era il nostro luogo di ritrovo, un posto strano, dove amavamo passare i nostri 15 minuti d’aria. Lì eravamo tutti amici: si parlava, si scherzava, qualcuno tentava di fumare una sigaretta senza farsi beccare dai professori e le coppiette pomiciavano come se nessuno li guardasse. Poi, una volta rientrati, ognuno per la sua strada, nella propria classe. Durante le scuole medie, invece, il raduno era nel bagno. C’era così tanta gente che era quasi impossibile camminare, fare pipì era un’impresa a dir poco ardua.

Ovviamente anche il collegio aveva il suo luogo mistico, uno stanzino.

In uno dei bagni comuni, c’era una porticina alta poco più di un metro. Bianca, anonima. In molte pensavamo che fosse un piccolo ripostiglio dove le inservienti riponevano le scope. Una sera però, tardai nel fare la doccia e, mentre l’acqua calda mi arrossava la pelle, delle grasse e grosse risate provenivano da dietro il muro. Inizialmente non ci feci caso, pensai ad un pigiama party di qualche coinquilina alla quale stavo sulle palle. Poi però, mi resi conto che da quel lato non c’erano stanze. La cosa mi incuriosì. Uscita dalla doccia, con un turbante fradicio d’acqua che raccoglieva i capelli e arrotolata in asciugamano rosa, cercai di scoprire l’arcano.

Arrivai davanti la porticina bianca. Le voci venivano da lì e riuscivo anche a riconoscerle. Possibile che qualcuna si fosse nascosta con le scope per poter parlare?

Determinata a risolve il mistero, aprii la porta e sì, c’erano le scope, ma lo stanzino non era quello che in tante immaginavamo. Dopo essermi piegata per entrare, mi ritrovai nel sottotetto del collegio.

C’era una marea di roba: vecchi banchi di scuola impilati, scatole impolverate di tutte le dimensioni, sedie, ante di armadi, scrivanie, peluche senza occhi. Lo stanzino era in realtà uno stanzone al quale era stato affidato il compito di custodire una buona parte della storia del convitto. Le mie coinquiline, sorprese di vedermi e divertite dal mio déshabillé, mi accolsero scoppiando a ridere. Erano sedute intorno ad un tavolino malconcio, chi su una scatola e chi sopra una sedia dondolante. Indossavano pigiami sgargianti e quasi tutte sfumacchivano una sigaretta.

Scoprii che lo stanzino per loro era “La stanza di Moira”. Il nome derivava da quello di una delle inservienti che usava il sottotetto per cambiarsi e che dimenticava di proposito di chiudere la porta a chiave. Molte ragazze non avevano il balcone in camera ed era vietato fumare in collegio, e così si radunavano tutte le sere lì dentro al fine di espletare questo loro bisogno fisiologico ed evitare rotture da parte delle suore.

Fu così che quella sottospecie di “angolo fumatori” divenne anche mio. Non andavo per fumare, in vita mia non ho toccato nemmeno una cicca, ma mi divertivo a stare lì a raccontarci le nostre giornate, a discutere di argomenti spesso assurdi o a criticare la suora di turno.

Una sera, forse a causa della porta socchiusa o più probabilmente di una  spiona infastidita dalle nostre parole, Suor Lovely ci venne a trovare durante uno dei nostri raduni. Non la sentimmo arrivare, ci girammo e lei era lì, davanti la porta che ci fissava.  Ci osservava silenziosa, con la sua solita espressione indecifrabile.

“Cosa ci fate qui? è pericoloso! Tutte fuori!” Disse quasi a fatica, guardando a destra e a sinistra. Probabilmente era la prima volta che metteva piede in quella stanza. Cercammo di difenderci: “Suora, ma è un sottotetto con roba vecchia, perché dovrebbe essere pericoloso?!”, ma lei non ne volle sapere:“tutte fuori!”.

Uscimmo in fila indiana, l’ultima fu lei. Una volta fuori, si sistemò il velo silenziosamente, chiuse la porta a chiave e andò via augurandoci freddamente la buonanotte.

La sera successiva trovammo ancora la porta chiusa e scoprimmo che a Moira le fu finalmente dato il permesso di usare una camera inutilizzata per cambiarsi.

Noi non ci scoraggiammo, in fondo i mistici luoghi di ritrovo si creano da soli, nascono dal nulla. E sostituimmo “La Stanza di Moira” con “La veranda di Chiara” ovvero un balcone con vetrata dove Chiara era solita fare il bucato delle suore.

Scopri tutte le Memorie di una collegiale:
  1. La verità, vi prego, sulle suore
  2. 50 sfumature di suora
  3. Le origini
  4. L’orario di rientro
  5. Ma tu odii le suore?
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6 comments

  1. Grande tieni fede ai propositi  🙂
    Poi capiti pure a puntino oggi giornata uggiosa 
    Ci voleva un diversivo 🙂

    Sta cosa dei posti e incredibilmente vera mi hai fatto rammentare un po’ d’infanzia 🙂

    Comunque meglio che vi abbiano sgammate 
    Con la fantasia ti vedo in sta stanza mezza occupata non molto alta con tutto attorno cinque sei fanciulle che ti ammantano con nuvole di fumo
    La veranda invece la percepisco più arieggiata 
    Poi magari era l’opposto 😀

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