Memorie di una collegiale: Ma tu odii le suore? [Cap.5]

Memorie di una collegiale #5

Alcune delle cose che  ho imparato avendo a che fare con le suore è che non tutte sono buone e non tutti sono ben accetti a sentire critiche che le riguardino. Molti pensano che, poiché indossano un abito sacro, sono per antonomasia buone e caritatevoli, dimenticando che anche loro sono degli esseri umani e quindi inclini al peccato, per quanto possano cercare di evitarlo. Non sono investite da una luce divina e non hanno nessun canale di riguardo con l’Altissimo. Hanno fatto dei voti, cercano di seguire la retta via… ma sbagliano, com’è giusto che sia.

Questa premessa la faccio perché spesso mi è capitato di parlare con persone dalle idee un po’ confuse. Qualcuno mi ha apostrofato in malo modo dopo essermi un po’ stizzita per aver sentito dire che tutte le suore sono buone in quanto suore: “mi viene difficile pensare che ci siano suore cattive perché una mia amica lo è, ma è buonissima”. Ma come è possibile fare di tutta l’erba un fascio? Parlare per sentito dire? …insomma, non meravigliamoci quando affermano che tutti i musulmani sono terroristi, la cultura è la stessa.

A volte, invece, altri mi domandano: “Perché odii così tanto le suore?”.

Io non le odio, racconto semplicemente la mia esperienza da collegiale esponendo i fatti per quelli che sono stati, senza addolcire o camuffare atteggiamenti e comportamenti, e soprattutto, trattandole per quello che sono: persone.

Quando sono stata iscritta in una scuola gestita da suore avevo 6 anni, ci sono rimasta fino agli 11. A 18, invece, sono andata a vivere in un collegio fino ai 24. Ho conosciuto tante suore, alcune sono state le mie insegnati, altre le inquiline della camera affianco, qualcuna la “padrona di casa” che veniva a chiedere i soldi ogni 5 del mese alle 12. Le ho viste in diverse vesti e ho vissuto con loro. Tantissime  sono delle str*nze cosmiche, attaccate ai soldi, piene di astio nei confronti dell’ umanità ma, ad onor del vero, qualcuna si salva.

Quando ero piccola, come molti dei miei compagni, ero terrorizzata dalla mia maestra, ma anche dalle altre suore della scuola. Quando sbagliavi, le orecchie bollivano, le guance diventano rosse e per un’ora era possibile scoprire da vicino gli arcani segreti dell’angolino del muro. E ok che mazz’ e panella fann e figl’ bell, ma a tutto c’è un limite. Attaccare un cartello con scritto “sono un chiacchierone” addosso un bambino e metterlo in punizione contro il muro, non è pedagogia, tanto meno educazione… è una gogna pubblica volta ad umiliare.  Neanche in collegio sono mancati gli atteggiamenti inclini ad instaurare un regime del terrore, ma data l’età adulta sono stati percepiti come delle mere rotture di scatole. La sera, arrivato un determinato orario, bisognava abbandonare i luoghi comuni e andare nelle proprie stanze; se andavi in bagno arrivava Suor Cassa a spegnere la luce. Qualche volta portavano in cucina gelati e merendine, oh che carine direte voi, in realtà li regalavano poiché scaduti da poco. Controllavano quello che facevamo per poi chiamare le famiglie quando qualcosa non quadrava: “è stata accompagnata a casa da un maschio! Abominio!”. Venivamo giudicate per il nostro abbigliamento: “Indossa una canotta…. concubina di satana!”. Non si comportavano come le padrone di casa ma come delle guardie carcerarie, sentendosi autorizzate a giudicarci e ad accusarci di quello che reputavano sbagliato. Non venivamo considerate come delle studentesse affittuarie ma come delle bambine da tenere sotto controllo.

Però, siccome non faccio di tutta l’erba un fascio e non odio le suore, voglio dire  a gran voce che ne stimo tante e che conservo un ricordo bellissimo di molte di loro.

Ma allora non le odii? Te l’ho già detto, no!
E perché scrivi le memorie di una collegiale? Perché voglio raccontare cosa significa vivere in un collegio. 

Penso sempre con amore a Suor Love, donna molto in gamba che ha sempre dispensato sorrisi a chiunque abbia varcato la soglia del portone, con un amore innato nei confronti dei bambini e sempre con una parola di conforto per chi vedeva in difficoltà. Attualmente non vive più in Italia, si mormora che abbia abbandonato l’abito sacro, in quanto la sua madre generale non le permetteva di seguire il padre malato nel suo paese. Suor Penguin è sempre  stata fra le mie preferite, quando il pomeriggio rimanevo in collegio ero solita fare la pausa caffè con lei, si chiacchierava amabilmente di tutto. Ricordo anche con piacere Suor Rosy, quando l’ho conosciuta aveva da poco compiuto trent’anni, sempre dalla parte delle ragazze anche quando avevamo torto marcio. Quando le chiesi cosa l’avesse spinta a seguire quella strada, lei mi rispose che la scelta di diventare suora la faceva sentire completa e che non riusciva ad immaginare una vita diversa.

Ovviamente queste sono solo alcune delle tante Suor X delle quali posso parlare bene, mancano quelle che durante il giorno avevano come missione aiutare le famiglie in difficoltà, le tante missionarie o le due che venivano a spiarmi mentre studiavo nella sala computer speranzose di una chiacchiera.

Quindi, tutte queste parole per dire che è vero: l’abito non fa il monaco, in questo caso la monaca. E che spesso, rispettare una persona significa anche non insignirla di un ruolo che non ha. Perciò, la prossima volta che sentite parlare di suore, vedetele semplicemente per quello che sono: persone che hanno scelto una vita diversa dalla nostra.

Ma tu le suore le odii? No! non odio le suore! 

Scopri tutte le Memorie di una collegiale:
  1. La verità, vi prego, sulle suore
  2. 50 sfumature di suora
  3. Le origini
  4. L’orario di rientro

 

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19 commenti

  1. Sei cresciuta avendo modo subito di avere una visuale realistica di quello che è la fauna umana. In quel caso erano suore (e compagne di camerata), ma – come dici tu stessa – non è che in altri ambienti le cose cambino.
    I presupposti erano o soccombere o temprarti, mi sembra che sia prevalsa questa seconda ipotesi.
    Senza contare, che ho l’impressione che in quel genere di istituti anche la formazione scolastica sia qualitativamente migliore rispetto alla media delle usuali scuole, almeno mi sembra da quanto empiricamente ho rilevato dalle mie conoscenze e frequentazioni.

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  2. Io , sberle mai, anzi , ero una delle benvolute , e proprio per questo vedevo le ingiustizie su alcune altre…
    Invece ho insegnato in una scuola di suore, e devo dire che pur non essendo tutte uguali , spesso o parlano un’altra lingua….
    Mi piacciono molto i tuoi post

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  3. Beh fai bene 🙂
    essendo appunto persone normali sono soggette a due bisogni che sovente attanagliano l’umanità 
    Infatuazione e bisogno d’appartenenza 
    Il primo e quello che le avvicina al chiostro
    A seconda del grado saranno più o meno accondiscendenti e comprensive 
    Il secondo ne influenza il comportamento
    Quelle pervase d’animo fragile andranno a subire le direttive dall’alto a prescindere dal proprio pensiero
    Quindi se la badessa è particolarmente tignosa … Apriti cielo 😀
    La percezione di buono o cattivo è alle volte  data solo dal punto di vista o dalla mancata o parziale  conoscenza della cornice di riferimento

    Ah mi stavo dimenticando …
     bel racconto 🙂

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  4. Quanta verità nelle tue parole. Ho frequentato l’istituto Marcelline dalla seconda elementare alla terza media e di loro non ho un buon ricordo. Troppo severe, non mi perdonavano nulla, eppure ero una bambina molto timida e ubbidiente. Ancora rne ne ricordo una in particolare, suor Teresa, ci faceva credere che il diavolo era dappertutto e ci raccontava storie spaventose ed eravamo delle bambine. Tu non le odi, io forse sì. Ciao.

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