Paolone u’cicchetto

Non sempre le situazioni sono quello che sembrano e può capitare di essere ingannati da una persona che cerca di circuirci in nome di qualcosa di malsano. All’inizio, ingenuamente, ci caschiamo pure per poi scoprire, a volte, storie di abbandono e\o dipendenza.

Ed è quello che mi successe una volta durante il mio periodo universitario:

Era una calda e afosa estate di qualche anno fa, insieme a Tod, amico e compagno di studio, dopo interminabili ore sopra i libri decidemmo di prenderci una pausa e fare la tanto ambita, agognata e desiderata passeggiata intorno casa. Dopo una giornata passata a ripetere formule e teoremi anche andare a buttare la spazzatura aveva il suo fascino.

Eravamo nei pressi del bar della stazione, si chiacchierava di svariati argomenti quando ad un tratto ci interruppe un uomo: “Scusatemi, sapete dirmi che ore sono?”. Tod guardò l’orologio e gli rispose: “Le 18.30” ma lui, anziché ringraziare, con fare educato si presentò avvicinandosi una mano al volto a mo’ di saluto: “Io sono Paolo, piacere”. Indossava un giubbotto logoro e troppo pesante per quella calda giornata estiva, ma sembrava non farci caso. Aveva degli stanchi occhi cerulei, il volto leggermente abbronzato, le guanciotte rossastre. I capelli brizzolati e ricci gli contornavano il suo viso lungo e scavato. A prima vista sembrava un vecchietto che passeggiava in cerca di qualcuno con cui scambiare una parola.

Rimanemmo comunque un po’ interdetti, non capita spesso che uno ti chieda un’informazione presentandosi. Rispondemmo con un sorriso di cortesia: “Piacere Paolo”. Lui imbarazzato iniziò a parlare: “Devo prendere il treno fra poco, vado a trovare mio figlio! -guardandosi le mani incallite continuò sorridendo- non lo vedo da anni.

Lì per lì pensai ad una persona anziana, stanca e sola. La stazione era a pochi passi e non era la prima volta che incontravo gente che durante l’attesa si metteva a chiacchierare. E poi eravamo in mezzo ad una piazza piena di gente con in mano solo un mazzo di chiavi, cosa poteva mai succedere?

Con gli occhi luminosi riprese: “Una volta ero sposato, avevo un lavoro, una famiglia…due figli bellissimi!”. Sembrava voler ricordare i bei tempi che furono, ci guardava con uno sguardo assente e un sorriso nostalgico. D’improvviso però, il suo volto si incupì. Triste alzò lo sguardo e dopo averci scrutato velocemente lo riabbasso: “…e poi persi tutto– sospirò- prima il lavoro, poi la moglie e infine i figli, loro mi odiano”.

Non sapevamo cosa dirgli, ci guardavamo cercando aiuto l’uno l’altro. Cosa si fa in queste situazioni?

Paolo tirò fuori dalla tasca un fazzoletto lurido e si soffiò il naso scoppiando in un pianto a dirotto. “Scusatemi, scusatemi– disse singhiozzando- ma non ho i soldi per comprare il biglietto del treno e vorrei tanto andare a salutare mio figlio”.

In un primo momento cercammo di incoraggiarlo:

“Forza Paolo, dai!” e alla richiesta di soldi ci guardammo nelle tasche, ma non trovammo nulla. Lui, vedendoci dispiaciuti, insistette: “Mi servono solo pochi euro”. Imbarazzati dalla situazione gli rispondemmo insieme: “Siamo usciti senza niente, mi dispiace!”.

E, capendo che neanche mettendoci a testa in giù avrebbe trovato un centesimo, perse tutta la gentilezza e i bei modi che fino a quel momento ci aveva mostrato. Ci guardò schifati, rimise il fazzoletto in tasca e asciugandosi i rimasugli di muco con il dorso della mano si girò e andò via borbottando parolacce.

Basiti ci fissammo senza proferire parola. E, personalmente, mi sentii anche una stronza inerme: è brutto vedere una persona soffrire, soprattutto se anziana e abbandonata.

In lontananza notammo Laura, la cameriera del bar dove eravamo soliti far colazione, fuori dal locale intenta a fumare un sigaretta e decidemmo di andare da lei.

Ci avvicinammo per salutarla ma, senza darci il tempo di proferir parola, disse: “Avete conosciuto Paolone! Oggi chi ha fatto morire?”. Iniziando a capire il tipo di personaggio con la quale avevamo appena avuto a che fare, risposi: “Oggi nessuno, perché?”.

Divertita iniziò a spiegarci: “In base a come si sveglia la mattina, fa morire la moglie o fa ammalare di cancro il figlio. Quando è arrabbiato per qualche assurdo motivo, la figlia, in seguito ad un incidente stradale, muore dopo una terribile agonia.”

“Prima di andare via maledicendoci, ha detto che voleva andare a trovare il figlio ma non aveva i soldi per comprare il biglietto del treno.” Spiegò Tod. Laura scoppiò a ridere e disse: “Il biglietto, dopo che è riuscito a fregare i soldi a qualcuno, lo viene a prendere qui: è un grande amante della grappa!”.

“Eh già, un amante della grappa e un attore di altissimi livelli” dissi amareggiata.

Chiacchierammo ancora qualche minuto con Laura, la quale continuò a raccontarci la storia di Paolo: un alcolista che da diversi anni era solito bazzicare lì vicino. Non era sposato e non aveva avuto figli, aveva però un fratello a cui era molto legato. In seguito alla sua morte iniziò a bere e, dopo aver perso tutti i suoi soldi giocando a carte, diventò un assiduo frequentatore della stazione ferroviaria dove sperava di trovare qualcuno da abbindolare per farsi dare due spicci da spendere al bar.

Tornammo ai nostri libri e per l’intero tragitto continuammo a parlare di Paolo e di quello che l’alcool può fare, il vortice in cui trascina, le menzogne che fa raccontare pur di recuperare un sorso di vino.

Lo rividi diverse volte, sempre nei pressi della stazione a cercar di spillare soldi a chi capitava per comprare il fantomatico biglietto e andare a trovare in ospedale un inesistente figlio morente.

Fu così che conoscemmo la triste storia di Paolo detto Paolone u’cicchetto, poiché spesso, quando cerca di convincere i baristi a fargli credito chiede: “un cicchetto me lo dai?”.

Attualmente non so che fine abbia fatto, è diverso tempo che non scendo in quella stazione ma, purtroppo, ho il sentore di ritrovarlo sempre lì a raccontare le sue bugie, speranzoso che qualcuno, inconsapevolmente, gli offra un cicchetto.  Anche se gli auguro che un giorno, un qualche suo familiare lo aiuti ad uscire dalla schiavitù di una dipendenza che lentamente lo consuma offrendogli un supporto adeguato per godersi una  vecchiaia dignitosa.


Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

Tutte le immagini sono state prese da internet.

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10 commenti

  1. L’alcool è una brutta bestia 
    Senza l’abbrivio dell’interessato diventa complicato all’inverosimile intervenire 

    Comunque son sensazioni comuni 
    Sofferenza e tristezza creano un legame in modo quasi subitaneo 
    Soprattutto se uno/a è predisposto per via di un animo particolarmente sensibile Da li ai sensi di colpa il passo e breve … 
    Loro sapendolo ci giocano su
    Alla fine sono  attori di strada che mettono in ballo uno spettacolo 
    Se recitano bene fino a ingannarti un obolo se lo meritano pure…

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  2. Succede. Però ho l’impressione che difficilmente chi si trova in certe situazioni fermi le persone per strada. Frequentemente lo fa chi ha problemi di dipendenza. Una volta c’era chi truffava vendendo orologi, videoregistratori o telefoni cellullari, anzi, le scatole che in realtà erano vuote. Più volte io ho incontrato una giovane donna che “vendeva” l’abbonamento ad un giornale

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  3. L’hai scritta così bene che ho creduto fosse una storia vera……
    …tipi così ce ne sono in giro a decine purtroppo, disperati veri o fasulli furbastri….
    Quando non ci si lascia convincere …, poi però’ ci si domanda ” ma , e se fosse vero che ha fame , che deve curare un figlio, che ha la mamma in ospedale..?”
    Anche per voi è’ così , immagino….

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