Memorie di una collegiale: Le origini [Cap.3]

MEMORIE DI UNA COLLEGIALE #3

Durante i miei studi universitari ho vissuto in un collegio gestito da suore, suscitando non poco stupore ai tanti che venivano (e vengono) a conoscenza di questa mia strana convivenza, ma il mio rapporto con loro non si limita a questo periodo, ha radici ben più profonde. Dobbiamo tornare indietro di ben 25 anni, quando ero una felice fanciullina che ancora non aveva avuto modo di conoscere l’inumana cattiveria di alcune-non facciamo di tutta l’erba un fascio- Serve del Signore.

Avevo 6 anni quando i miei genitori decisero di affidare la mia istruzione alle suore mandandomi in un istituto privato, il quale pare sia sorto al posto del cimitero dopo che quest’ultimo venne spostato in una zona  periferica del paese.

castello

Nonostante siano passati tanti anni, ricordo nitidamente il mio primo giorno di scuola. Mia madre, quella mattina, mi obbligò ad indossare un tristissimo grembiule azzurro pallido con i bordi bianchi. E io, che volevo il fiocco sgargiante che vedevo ai bambini delle scuole statali, iniziai a fare capricci poiché non volevo mettere quell’orribile casacca.  Dopo essermi fatta convincere dalla promessa di poter mangiare dolci in quantità, venni accompagnata e lasciata in quel luogo, per me, misterioso. Mi accolse una donna sorridente e allampanata; indossava un vestito lungo e bianco con un, all’epoca per me, buffo velo in testa. Quel pezzo di stoffa mi faceva ridere, non capivo a cosa potesse servire e, dopo qualche mese, mi costò una punizione contro il muro con annessa tirata di orecchie. Se avete 6 anni e volete scoprire se le suore abbiano i capelli è meglio chiederlo e non controllare personalmente. Fidatevi!

Fui accompagnata al piano superiore e lasciata davanti quella che sarebbe diventata la stanza che mi avrebbe accolto per i prossimi 5 anni. Ero tranquilla, solleticata da una forte curiosità. Non avevo frequentato assiduamente l’asilo e non vedevo l’ora e il momento di conoscere i miei compagni. Ma, una volta davanti la porta, tutto il mio entusiasmo venne meno e accadde l’inevitabile. Mi guardai intorno e sì, c’erano tanti bambini, ma molti di loro piangevano disperati sentendosi abbandonati dai propri genitori. Ricordo un bambino, piantato in mezzo al corridoio,  che gridava come un ossesso, tutto rosso in viso, bagnato di lacrime e con il moccio colante. La sua maestra, intenta a parlare con una signora, lo ignorava non curandosi della sua disperazione. Spinta da una sorta di solidarietà o forse dall’ angoscia e dalla paura indottami, allungai le mani verso il pavimento e scoppiai  anche io in un pianto che non aveva  motivo di esistere.

Riuscirono a farmi calmare e a portarmi in classe dove conobbi una delle poche persone in grado di incutermi timore con lo sguardo: la mia maestra StoneHeart.

StoneHeart era una suora severa, unanimemente riconosciuta come quella in grado di raddrizzare i più pestiferi, una tosta, una di quelle che, a sentirne parlare, figuri con il chiodo a bordo della sua harley davidson; che fa a gare di sputo e vince sfoggiando il suo braccio tatuato. Amava punire i suoi alunni e aveva la sua personalissima sala di fustigazione: il laboratorio di informatica. Uno stanzino con all’interno un Commodore 64 che per avviarlo bisognava caricarlo con una manovella e che nei cinque anni in cui frequentai l’istituto non fu mai acceso. Chi entrava in quel luogo ameno ne usciva con la faccia rossa, le orecchie bollenti e gli occhi bagnati di lacrime. Lo spauracchio dello stanzino fece sì che StoneHeart fosse l’unica in grado di mantenere a bada una classe di 33 elementi. Ordine e silenzio era il suo motto.

Già dal primo giorno era palpabile l’aura di terrore che avrebbe caratterizzato gli anni a seguire, ma la mattinata si svolse con una finta convivialità, anche se, ad un minimo accenno di chiasso, venivamo freddati da un inquietante sguardo di  ghiaccio in grado di tramutare i bambini in pietra stile Medusa.

Non ricordo altri particolari di quella giornata, ma fu questa che segnò l’inizio del mio rapporto con loro. E, a distanza di tempo scoprii che fu un’amica di mia madre a consigliarle l’istituto:

Sai, c’è una suora severa, con lei i bambini imparano la disciplina“.

Grazie amica sconosciuta di mamma! Grazie di cuore!

Scopri le altre Memorie:

  1. La verità, vi prego, sulle suore
  2. 50 sfumature di suora
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25 commenti

  1. Interessante articolo che , in parte , ricorda i miei anni di scuola dalle suore….

    Vestiario: grembiule nero e colletto bianco.
    (Non sembravo un’impiegata della STIPEL , solo perché avevo 10 anni.)
    Per ginnastica ci facevano usare ingombranti mutandoni neri , che impedivano ogni movimento.
    Niente maniche corte , nemmeno sotto il grembiule… ,
    ….che doveva rigorosamente coprire le ginocchia.
    Calze lunghe, per carità , e , come consiglio finale , ” quando fate il bagno , infilatevi un camicione”…..

    E NESSUNO PROTESTAVA , anche se le sghignazzate fra noi si sprecavano!

    (So che adesso anche da loro le cose sono cambiate)………

    A presto

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  2. “…Dinanzi a me non fuor cose create
    se non etterne, e io etterno duro.
    Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”…

    Ed ecco verso noi venir per nave
    un vecchio, bianco per antico pelo,
    gridando: “Guai a voi, anime prave! …”

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