Ciao Nonna, insegna agli angeli a fare le polpette!

In una fiera, anni e anni or sono, io e mio fratello vincemmo una paperella. Entusiasti la portammo a casa come se fosse stata un trofeo; e mia nonna, divertita da tanto entusiasmo, ce la fece mettere in un grosso scatolone insieme a un po’ di pane e una ciotola piena d’acqua. La chiamammo “Lurdusa”  poiché era tutta sporca. Passammo un pomeriggio intero a guardarla mentre spizzicava il pane e si ruzzolava nell’acqua. Il giorno seguente nonna l’avrebbe portata in campagna insieme agli altri animali, facendoci la promessa di poterla andare a trovare quando volevamo.

La mattina dopo, però, trovammo la scatola vuota e nonna, con la faccia triste, ci disse che era scappata via. Probabilmente era morta a causa della cattive condizioni nelle quali era stata tenuta durante il suo soggiorno nella bancarella, ma non ebbe il cuore di raccontarci la sua fine e le sue parole ce la fecero pensare felice e serena in una vallata con le sue amiche papere.

Qualcuno ora giustamente mi dirà: Perché questa storiella?
Perché qualche giorno fa la vita ha deciso che nessuno avrebbe più riso quando mia nonna, alla domanda: “Ora che sono grande mi dici che fine ha fatto Lurdusa?”, rispondeva: “è scappata con mamma oca”.
Queste mie  parole vogliono essere un ricordo, un piccolo tributo ad una piccola grande donna che, con la sua dipartita, ha lasciato un vuoto immenso impossibile da colmare.

Mia nonna era una persona molto particolare, con mio fratello l’avevamo soprannominata La tartaruga Ninjia (sì, spesso storpiavamo il ninjia con una parolaccia) poiché, a causa della sua accuratezza nel fare le cose, era lentissima (la parola Ninjia ci piaceva). Adorava i suoi nipoti in egual misura e non ricordo un rimprovero o un’arrabbiatura da parte sua. Era capace di tenerci a bada con la sua bontà e dolcezza. Gioiva dei nostri successi e riusciva a starci accanto nei momenti più tristi. Quando mi vedeva arrabbiata era solita apostrofarmi con un: “Cocca di nonna, la calmezza e la virtù della persona”, e ogni volta riusciva inconsapevolmente a regalarmi un sorriso per l’utilizzo di qualche parola storpiata.

Mia nonna però, era anche una donna del sud e quando capitava di dormire a casa sua, la mattina non mi svegliava con il caffè a letto, no, lei mi svegliava con una bella polpetta fumante. Lei, la regina indiscussa della polpetta. Le ci voleva un pomeriggio per farne una ciotola piena, ma tutte avevano la stessa dimensione, forma e peso… impossibile trovarne una più piccola, anche perché le “diverse” venivano riposte in un piattino a parte e usate come aperitivo nell’attesa del pranzo.

Nonna non aveva il senso della misura e quando ingenuamente ti scappava: “come vorrei un fetta di crostata”, il giorno dopo trovavi:

  1.  due crostate perché non sapevo se volevi quella con la marmellata o quella con il cioccolato;
  2. una ciambella perché così ci fai colazione la mattina;
  3. una ciotola piena zeppa di biscotti perché mi è avanzato un po’ di impasto e non lo potevo buttare.
  4. Polpette perché ti vedo un po’ sciupata, mangi a casa?

Nonna aveva anche le sue fissazioni: ogni qualvolta doveva prendere un farmaco nuovo, passava ore a leggere il foglietto illustrativo, ricordando a memoria tutti gli effetti collaterali. Era anche una gran logorroica: quando ingenuamente le chiedevi chi avesse bussato alla porta riusciva a fornirti un albero genealogico che esterrefatta le chiedevi: “Nonna, ma hai mai lavorato all’ufficio anagrafe?”.

Si rifiutava di imparare ad usare le nuove tecnologie, e quindi ogni volta che doveva chiamare qualcuno con il cellulare, ti veniva a prendere in capo al mondo per comporle il numero di telefono. Per non parlare poi di quando voleva essere accompagnata con la macchina: si appostava dietro la porta e al minimo rumore ti fregava e ti chiedeva il favore: “Cocca bella, mi accompagni?”; “Nonna, sei una cacc*cazzi!”; “Cocca di nonna…” e lì, cedevi. L’utilizzo del cocca, ahimè, era un’arma potentissima.

Poi è arrivata la malattia che in meno di un mese se l’è portata via. Cinque minuti prima di correre al pronto soccorso lavorava con il suo amato uncinetto e sapete cosa diceva sempre?

“Quando non riuscirò più ad usarlo significa che me ne devo andare”

…e mai frase è stata più profetica. Ha sferruzzato fin quando ha potuto e il centrino al quale stava lavorando è rimasto incompiuto in qualche angolo della sua stanza, dove non riesco ancora ad entrare da quando non c’è più.

Nonostante la malattia e la tanta sofferenza che ha sopportato durante quel periodo, quando la si andava a trovare in ospedale mandava a tutti baci e, ai più fortunati, dispensava un: “Ciao amore!”. Il suo malessere era palese ma lei imperterrita, alla domanda: “Come stai oggi?“, rispondeva: “Diciamo bene“.

E poi, il giorno dopo, Nonna non c’era più. Al suo posto un grande enorme vuoto fatto, sì, di silenzi ma anche di ricordi. Ricordi che all’inizio fanno male, sembrano essere tante lame che ti colpiscono un po’ ovunque, ma poi, giorno dopo giorno, diventano una specie di culla che con il suo dondolare concilia il sonno e fa sbiadire lievemente il dolore della perdita, anche se spesso è semplicemente un’illusione.

Il problema sapete qual è? Che i nonni, nonostante la loro fragile anzianità, ci sembrano immortali. È quasi impossibile immaginarci senza, soprattutto nel momento in cui vivono a stretto contatto con noi da quando siamo piccoli e nel tempo hanno avuto modo di viziarci come solo loro sanno fare. Sempre lì pronti a sostenerci, a consolarci, a giocare con noi e a riservarci delle attenzioni che nessuno è in grado di darci. Quando un nonno o una nonna va via, io sono convinta che si porti con sé un pezzettino della nostra infanzia. Perché con loro possiamo essere ancora bambini senza essere considerati degli immaturi. I nonni sono fra quelle poche persone che vogliono preservarci dalle brutture della vita e cercano di proteggerci nonostante l’età adulta.

Non è semplice capire che una persona alla quale vuoi bene non fa più parte della tua  vita, ti senti come se ti avessero strappato un pezzettino di cuore. E tutte le frasi che vengono dette per consolare, sono solamente parole. Non servono a niente. Probabilmente solo il tempo, prima o poi, riesce a fare qualcosa.

Nel frattempo, io immagino mia nonna sopra una nuvoletta, insieme ai suoi cari, che se la ride e se la spassa. La voglio pensare così, sorridente, come è sempre stata. Intenta a raccontare storie e a sferruzzare come una matta.

Ciao Nonna! Mi raccomando, da brava regina, insegna agli angeli a fare le polpette! 

 

 

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25 comments

  1. Mi sono sorpreso a leggerti dalla prima all’ultima parola, tu, tanto spontanea di cuore e convincente, da farmi spesso riflettere, questo giro della vita come le quattro stagioni, non dico altro, il resto che non dico l’affido al tuo sicuro intuito.

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  2. Anch’io spero che si ricordino di me, ora che sono grandi e lontani, ma essere nonno è molto diverso che essere genitore. Sono due persone diverse. Che bella Signora la tua nonna, tieni il suo ricordo sempre con te, lei sarà felice anche tra gli angeli, abbraccio

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