Tredici: un serie tv che denuncia il bullismo fra critiche e ovazioni

Articolo pubblicato su Bambole Spettinate e Diavole del Focolare qui

Ciao a tutti. Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita. E se state ascoltando queste cassette è perché voi siete una delle ragioni. Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori…

Quando ho iniziato Tredici non avevo idea di quello che stavo per vedere. Mi è comparsa fra le novità Netflix e istintivamente ho cliccato per vedere il primo episodio. La sigla iniziale non fa capire tantissimo, si alternano delle immagini in movimento che sembrano disegnate in una lavagna: una bici, un telefono, delle vecchie cassette audio; accompagnate da un sottofondo musicale molto dolce.

Poi, improvvisamente, veniamo catapultati nel mondo di Clay Jensen e scopriamo sin da subito che Hannah Baker, sua compagna di scuola, ha deciso di togliersi la vita in quanto vittima di bullismo. Prima di suicidarsi ha inciso 13 cassette destinate alle persone che l’hanno spinta con i loro comportamenti a compiere questo estremo gesto. Nelle cassette Hannah racconta la sua storia dal momento in cui tutto inizia ad andare per il verso sbagliato.

La serie, ispirata all’omonimo romanzo di Jay Asher, denuncia apertamente il bullismo facendo riflettere su come possano essere letali gli scatti rubati fatti girare per i vari social, le male lingue o il mettere in giro voci non vere. Le conseguenze di tutto ciò vengono definite da Hannah come l’effetto farfalla: da un lontano battito d’ali ecco l’uragano di una tragedia inattesa. Infatti, quello che doveva essere uno scherzo diventa per la sua vittima l’inizio della fine.

Le tematiche trattate sono tantissime, si parla di stalking, di cyber bullismo, di violenza sessuale, dell’accettarsi per quello che si è, di come possa essere pesante e devastante l’omertà, dei tanti problemi legati all’adolescenza. Il tutto inoltre si sviluppa in un contesto dove si parla liberamente di omosessualità e non ci si scandalizza nel vedere una coppia gay con una figlia.

Notevoli anche le interpretazioni dei vari personaggi: non è difficile simpatizzare sin da subito con Hannah, interpretata da Katherine Langford, o sentire il dolore di Clay Jensen (Dylan Minnette) che rappresenta la vera e propria star dell’intera serie. L’unico personaggio un po’ fiacco è, probabilmente, Tony (Christian Navarro) il quale, oltre ad essere rappresentato come una brutta copia di Fonzi, ha un ruolo ambiguo, non si sa il motivo della sua onniscenza e della sua amicizia con Hannah e tanto meno viene  spiegato nel corso dei vari episodi.

Tony

Nonostante i buoni propositi e le tante tematiche trattate, non sono mancate le critiche: la serie, che è stata co-prodotta dalla cantante Selena Gomez, è stata accusata di rendere affascinante il suicidio, di giustificare la decisione di uccidersi, e in generale di trattare nel modo sbagliato temi molto delicati.

Non nascondo che all’inizio mi sono fatta entusiasmare da questi episodi però riguardandone qualcuno e prendendo in considerazione le critiche mosse mi sono dovuta ricredere. La serie denuncia i carnefici ma  non dispensa consigli utili alle vittime di bullismo. Hannah Baker ordisce il suo piano vendicativo nei confronti di tutte quelle persone che l’hanno fatta soffrire con mente lucida. Non chiede aiuto, se non all’unica persona che- nonostante le qualifiche- le dà inconsapevolmente il “permesso” di suicidarsi. Viene messa in evidenza l’omertà delle persone e l’unica richiesta d’aiuto è un buco nell’acqua che invita al silenzio.

Perciò, una vittima di bullismo cosa dovrebbe imparare da questa serie? Che le persone sono cattive e possono farti del male? Probabilmente già lo sa. Servirebbero dei consigli su come gestire la situazione e inviti a denunciare a chi di dovere atti di bullismo e violenza. Ciò però non accade. Vengono lanciati dei messaggi che invitano timidamente a parlare: nell’ultimo episodio una vittima di violenza racconta tutto al padre; Clay Jensen dice che, nonostante sia stato vittima di male lingue, non ha mai pensato al suicidio. Però il tutto viene sommerso da una delle tematiche principali della serie: la vendetta di Hannah.

Se Hannah avesse avuto il coraggio di denunciare ciò che sapeva, se avesse chiesto aiuto e fosse stata aiutata realmente, probabilmente questa serie avrebbe assolto completamente al suo scopo: denunciare il bullismo e aiutare chi ne è vittima.
Però questo non accade, si ci limita solamente a punire i cattivi.

Si vocifera che ci sarà anche una seconda stagione, chissà magari vada  a colmare le enormi lacune che ha lasciato.

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