Mastro Adamo il calabrese Alexandre Dumas [Recensione]

Articolo pubblicato sul quotidiano La provincia di Cosenza il 16/06/2016

<< Che bel paese è la Calabria! D’estate si arrostisce come a Timbuctu; d’inverno, si gela come a San Pietroburgo. Là il passare del tempo non si conta, come negli altri paesi, per anni, per lustri o per secoli, ma per terremoti. Tuttavia ci sono pochi popoli attaccati alla propria terra quanto i calabresi. Ciò è dovuto al fatto che la crosta che la ricopre è delle più pittoresche: le sue valli sono fertili come giardini, le sue montagne sono boscose come foreste; poi, di tanto in tanto, al di sopra delle cime dei castagni che le dominano, si vede elevarsi, fermo come una torre di granito solcata da un fulmine, un picco rossastro, che fa credere al viandante d’essere vicino a qualche villaggio ciclopico. Vero è, però, che in questo felice paese non si può contar su nulla di tutto ciò. L’Etna e il Vesuvio non hanno mai preso sul serio la separazione che si è creata tra la Sicilia e la Calabria, e così questi due vecchi amici hanno conservato relazioni sotterranee assai frequenti per provare che fra loro regna la più perfetta comprensione. Ne consegue che ogni volta che si mettono in comunicazione l’uno con l’altro , la penisola fa un salto, come le colline della Scrittura, non di gioia ma di terrore…>>

È proprio in questo scenario fantastico quanto pericoloso che lo scrittore francese, Alexandre Dumas, ambienta le avventure presenti nel libro “Mastro Adamo il calabrese” (Edizione Barion, 2014). Molti, leggendo il suo nome, penseranno subito al romanzo “Il Conte di Monte Cristo” o alle sempre eterne avventure dei “Tre Moschettieri”. Pochi saranno, invece, quelli che lo assoceranno ad un curioso viaggiatore innamorato dell’Italia e conoscitore dei pregi e dei difetti della terra calabra o, di come lui stesso la definì, del caleidoscopio del Signore.
Il Mastro Adamo di cui si parla è un calabrese armato di pennelli e bacchetta da pittore, al posto di coltello e bastone. Fu ritrovato il 24 luglio 1764, infante, nudo e piangente sul ciglio della strada e adottato da una famiglia di pastori di Nicotera. Lo chiamarono Adamo, come il primo uomo. I suoi genitori adottivi lo indirizzarono alla guardia delle greggi, dato che la lana, insieme all’olio e al vino, rappresentavano la ricchezza dei calabresi. Ma Adamo non mostrava particolare dedizione nei confronti della vita pastorale. Rivelò invece una vocazione per l’arte. Per aver dipinto l’effige della Madonna del Carmelo sullo stendardo del cardinale Ruffo, alla testa dell’esercito della Sante fede che combatté i francesi in nome del re Borbone, ottenne l’esclusiva di dipingere Madonne e anime del purgatorio per un raggio di dieci leghe. Divenne così il pittore ufficiale della Chiesa e dello Stato. La sua fama di artista specializzato in soggetti religiosi si sparse ovunque. Il suo lavoro gli permise di vivere, con la sua famiglia, una vita agiata e tranquilla, o almeno, fin quando non arrivò a capovolgere gli eventi, il brigante fuggitivo Marco Brandi.
La storia, con le sue vicende, i suoi intrecci, personaggi e comicità, presenta una sorta di divertimento in chiave drammatica. Il racconto, scritto con uno stile chiaro e semplice, scorre velocemente, pagina dopo pagina. Dumas sfrutta egregiamente l’ambiente in cui è ambientata la storia, e spesso è proprio il contesto a farla da padrone, ad iniziare da quei terremoti che da secoli devastano la regione e che rappresentano lo spunto, l’incipit da cui parte l’intera narrazione. Sebbene sia un’opera di fantasia è possibile notare numerose vicende storiche che, di tanto in tanto, fanno capolino intrecciandosi con la trama. Una notevole importanza riveste il tema del brigantaggio, a cui Dumas assegna una ruolo principale nello svolgimento della vicenda. Ritroviamo infatti un vecchio brigante ritiratosi a vita privata, un uomo furbo che riesce a rinviare la sua esecuzione confessando di volta in volta nuovi delitti; e l’erede in attività che combatte con i suoi dissidi interiori.
Mastro Adamo il calabrese è un libro ricco, nel quale è possibile ritrovare un armonioso miscuglio di comportamenti umani. Fra l’intrecciarsi di situazioni a dir poco assurde, fra colpi di scena, inganni, fughe rocambolesche appaiono altalenanti la superstizione e la povertà, l’ignoranza e la furbizia; ma anche la generosità, la rassegnazione nei confronti delle calamità naturali, la speranza, la saggezza e la fiducia nella Provvidenza.
Un libro bello che, nonostante rappresenti una delle opere meno conosciute di Dumas, merita di essere letto ed apprezzato soprattutto per ritrovare e scoprire atteggiamenti e vicende degli anni passati.
Descrizione: Alla maniera del miglior Dumas, Mastro Adamo, il Calabrese è un racconto a tinte forti. Al centro le alterne fortune di un rustico pittore calabrese di Madonne e l’universo che lo circonda, lungo l’interminabile stagione che va dal tracollo dell’ancien régime all’età della Restaurazione. In campo il conflitto, dagli esiti incerti, fra guardie e briganti, redenti e non, sullo sfondo una società praticamente immobile, dove la storia sembra essere scivolata via senza lasciare traccia. Soprannaturale e religiosità popolare non mancano di far sentire la propria voce. Ora presenze attive ora ingombranti, ma sempre trasfigurate dalla straordinaria capacità di affabulazione di un talento dalla fantasia pressoché illimitata.

Giuseppina Biondi

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