Recensione: Dall’inferno si ritorna di Christiana Ruggeri

Articolo pubblicato su Letteratura al femminile qui

Dall’ inferno si ritorna, Christiana Ruggeri, edito nel 2015 da Giunti editori.

Dall'inferno si ritorna

Attraverso poco più di 240 pagine si racconta uno dei più sanguinosi massacri della storia contemporanea: il genocidio avvenuto nel Ruanda perpetrato da una frangia estremista dell’etnia degli hutu nei confronti della vicina etnia dei tutsi a causa di questioni socio-economiche.
A partire dal 7 Aprile del 1994, per 101 giorni, furono assassinate circa un milione di persone, un omicidio ogni dieci secondi. Una lotta all’ultimo sangue nata per tentare di sterminare un’intera etnia. Il tutto avvenne nella totale indifferenza delle potenze occidentali, le quali, nonostante le richieste di aiuto, intervennero solo per potare via i propri connazionali dal Ruanda al momento dell’eccidio.
La Ruggeri, in un libro coraggioso, crudo e straziante, racconta la storia vera di una bambina sopravvissuta alla violenza, alla crudeltà, ai massacri, agli stupri e al terrore che caratterizzarono quei tragici giorni di follia pura. La protagonista della storia è per l’appunto Berenice o Bibi, una bambina di soli 5 anni, che, dopo aver assistito allo sterminio della propria famiglia, riesce a scappare agli orrori che hanno devastato la sua terra. Bibi riesce a sopravvivere grazie alla bontà, al coraggio e alla solidarietà di gente incontrata per caso e anch’essa in fuga dalla morte e dalla desolazione.
La sua storia inizia il 13 Aprile 1994, quando un gruppo armato hutu entra nella sua casa a Kigali e trucida la sua famiglia. Tutto il suo mondo viene distrutto in quei pochi minuti di pazzia e lei, creduta morta, viene abbandonata in una pozza di sangue. Dopo il suo risveglio non troverà più la sua vita felice di bambina spensierata ma sarà costretta improvvisamente a diventare adulta. Inizierà così la sua lotta per la sopravvivenza dove vince chi è più furbo, scaltro e fortunato.

piediDurante il suo difficile viaggio verso la salvezza incontrerà tante persone che l’aiuteranno, dandole fiducia e speranza in momenti in cui questi sentimenti sembrano aver del tutto abbandonato il mondo in cui vive: Joseph e Marie Claire, la sua prima “famiglia”, dopo averla trovata in fin di vita la porteranno in ospedale per i primi soccorsi; Mama Lucy e la sua cova di bambini le faranno respirare, dopo tanto tempo, i primi attimi di normalità e l’aiuteranno a raggiungere il confine con lo Zaire; il bellissimo Gerard l’accoglierà come una sorellina; Astrelle, la “mamma numero quattro”, la tratterà al pari di una figlia vedendo in lei la gioia di vivere che caratterizzava la sua piccola prima che morisse nel grande lago Kivu; Le suore dell’orfanotrofio che da sempre rappresentavano un incubo per Bibi, diventeranno una famiglia.
La fuga infinita raccontata da Bibi è fatta di corse rocambolesche attraverso ospedali, tendopoli, foreste, paludi e orfanotrofi, di marce forzate e di fame, di incontri con persone che l’hanno amata e permesso fortunatamente di sopravvivere. Berenice sarà costretta addirittura a cambiare identità per sfuggire da una furia omicida alla quale non importa se sei uomo, donna, anziano o bambino.
Le parole del libro scorrono velocemente facendo palpare con mano l’alternarsi di vari sentimenti: La rabbia della piccola Bibi nei confronti dei carnefici della madre e di chi stava distruggendo il suo paese, diventa viva; La sua paura nel momento in cui cerca di eludere i nemici che volevano schiacciare gli appartenenti alla sua etnia come inyenzi, insetti, trasmette angoscia; La sensazione di abbandono poiché costretta dagli eventi a cambiare di continuo “famiglia”, infonde tristezza; Lariconoscenza nei confronti di quelle persone che, grazie all’aiuto datole, hanno fatto in modo che potesse coronare i suoi sogni e avere una vita normale, dona un sorriso e infonde fiducia nei confronti del genere umano.

A rendere ancora più amaro il racconto, saranno la presenza di vecchi ricordi legati al passato. Un vissuto sereno e spensierato fatto di gite con il nonno e di semplici gesti quotidiani, come il fare colazione tutti insieme o andare a fare la spesa con la propria madre.
È incredibile pensare che la protagonista che ha vissuto tanto orrore sia una bambina di soli 5 anni ed è ancora più assurdo leggere nella sue parole la speranza e la voglia di vivere.
Il libro parla anche delle donne del Ruanda: racconta della mamma di Bibi, la quale, nel giorno in cui la piccola sarà costretta ad abbandonare l’ingenuità e la spensieratezza della sua infanzia, perderà la vita cercando di farle scudo con il proprio corpo nell’insensato inferno di proiettili; Elogia il loro valore e vuole essere una testimonianza di tutto quello che hanno passato mettendone in evidenza la loro forza e il loro coraggio:

“Le sopravvissute, abusate, mutilate, annientate prima nel fisico e poi nell’animo, hanno saputo andare oltre al proprio dolore individuale, di mogli violate, di madri a cui hanno strappato i figli, di donne a cui è stata prosciugata ogni goccia di dignità. Anche le donne uccise per salvare i propri figli non sono state dimenticate: quelle rimaste, tra le macerie delle case e dei ricordi, nonché di vite mai più tornate normali, non si sono fatte dividere. Hanno buttato alle ortiche quelle differenze etniche che volevano il Ruanda disintegrato sotto i suoi stessi machete. Hanno bruciato le carte d’identità, che con quei timbri avevano instillato per primi l’inchiostro velenoso dell’odio e delle differenze di razza, delle invidie e delle gelosie. […] Le donne sfuggite ai massacri, prima le tutsi e poi le hutu
moderate, per ironia mandata dal diavolo, hanno spesso subìto le stesse violenze fisiche […]. Con quel coraggio di cui mi parlava mia madre, quello che serve alle donne per dare la vita, questi fiori ruandesi non si sono appassiti. Si sono piegati ma non distrutti e con una forza che sono gli angeli possono donare, queste nemiche devastate hanno guardato avanti. Si sono alleate contro ogni logica umana di rivalsa e di vendetta. Insieme, in ginocchio e umilmente, hanno raccolto i resti di un meraviglioso paese quasi senza più uomini e con troppi cadaveri non seppelliti. Da quelle lacrime, dai loro sacrifici, la mia gente è risorta. Per la lungimiranza delle donne, il Ruanda oggi ha di nuovo i suoi tramonti senza sangue e la sua gente vive per ricostruire. Come un popolo solo.”

Ripone inoltre molta attenzione agli orrori che sono state costrette a subire, come ad esempio gli stupri utilizzati come arma di guerra e delle loro brutali conseguenze:

“Nei centouno giorno del genocidio gli stupri, come arma di guerra, erano all’ordine del giorno in Ruanda. E lo sono stati anche dopo. Non erano solo una brutale aggressione fisica, per sottomettere, possedere, devastare il corpo e l’anima di una donna. Quei gesti erano l’espressione di qualcosa di più basso e ferino: erano hutu senza cultura che si accoppiavano per vendetta e senza autorizzazione, con le donne tutsi più belle e più altere, quelle che li rifiutavano e mai, nella quotidianità, avrebbero potuto avere. È cominciato così, quel vortice di orribile follia etnica. E poi le violenze sessuali, in aggiunta alla piaga dell’Aids, si sono diffuse anche alle donne hutu ruandesi, risparmiandone poche. Dopo il genocidio, da quegli stupri sono nati mezzo milione di bambini: molti rifiutati, altri no. E quelle povere madri sopraffatte, malate, devastate, prima nemiche, si sarebbero alleate, per impedire al Ruanda di implodere e morire.”

speranzaChristiana Ruggeri dà prova di tutta la sua bravura in un racconto, a metà fra la denuncia e l’inchiesta giornalistica, e non si limita nel fornire solo un reportage di guerra ma racconta attraverso gli occhi di una bambina intelligente i sentimenti, a volte contrastanti, e i sensi di colpa che sono comuni a tutti i sopravvissuti. Spesso infatti, Bibi si chiederà: “Con che criterio Dio e gli Angeli hanno salvato me?”.
Nonostante tutto, abbiamo un lieto fine: Bibi oggi vive a Roma ed è una giovane e brillante studentessa di medicina. Il suo cuore è sempre nel Ruanda, dove spera di ritornare. Ha dimostrato di essere una donna già dalla tenera età di 5 anni, affrontando una vita dura e aggrappandosi ad essa con la forza e il coraggio di una donna matura.
Dall’inferno si ritorna rappresenta un grande ricordo, un urlo disperato. La storia sembra essere surreale, quasi fosse uscita fuori dalla mente contorta di un regista folle. Eppure non è così, Bibi esiste e le vicende che ha vissuto, hanno distrutto un paese florido e stroncato
la vita di moltissime persone. Ed è per questo che bisogna leggerlo: per ricordare! O come direbbe la sua protagonista:

“ Chi è tornato dall’inferno ha il dovere di raccontarlo, per gratitudine e perché la sua esperienza può aiutare chiunque: in ogni luogo, spazio e tempo. Il premio di vincere la morte non cade mai in prescrizione e contagia in energia vitale chi sta per essere inghiottito dal buio. Per questo ricordare è tutto. Io sono una di loro. E questa è la mia storia.”

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